UN OSCURO ASPETTO DELLA MORTE NELLA TRADIZIONE POPOLARE ROMANA

UN OSCURO ASPETTO DELLA MORTE NELLA TRADIZIONE POPOLARE ROMANA

a Roma ci sono due detti popolari che ancora vengono usati:
“ meglio un morto dentro casa che un marchigiano fuori la porta”
“chi se riccomanna è un boia” ( chi si raccomanda è un boia)
il primo è legato ad un antico preconcetto verso i marchigiani visti al pari dei
genovesi entrambi ritenuti geneticamente tirchi; in realtà essi hanno questa nomea
perché abituati a maneggiare i soldi e perciò a far quadrare bene i conti: i genovesi
perché storicamente mercanti di mari mentre i marchigiani ai tempi abitavano nello
Stato pontificio e perciò tra i loro antichi mestieri c’era anche quello di essere gli
esattori delle tasse del Papa Re; da qui il codesto detto.

Ma l’altro detto popolare completa il precedente e nasce proprio da un famoso
marchigiano che visse a cavallo tra il 1700 e i primi dell’800, un personaggio che
incuteva terrore e repulsione alla popolazione a tal punto da essere costretto a
vivere nel suo rione quasi isolato per salvaguardare la sua incolumità.
Giovan Battista Bugatti nacque a Senigallia ma presto si trasferì a Roma
esercitando ufficialmente il mestiere di ombrellaio, ma in realtà il suo vero lavoro
era quello di “maestro di giustizie”, cioè l’esecutore delle condanne a morte dello
Stato Pontificio: da qui l’appellativo popolare di Mastro Titta ( da maestro
Giovanbattista) il famoso boia di Roma.

Mastro Titta viveva in un vicolo di Borgo Pio, storico rione papalino tra San Pietro e
Castel S.Angelo ( dove c’erano le carceri papali), e come dicevamo, non essendo
amato dai concittadini e perciò essendo a rischio di qualche vendetta o imboscata,
viveva segregato in tale rione e difficilmente si spostava dall’altra parte del Tevere;
da li un altro detto ormai desueto “boia nun passa ponte” usato per indicare quando
qualcuno deve rimanere al proprio posto.

Quando invece veniva chiamato per tali esecuzioni, egli transitava il ponte di
S.Angelo seguendo il corteo delle guardie carcerarie che portavano il giustiziato al
patibolo, esecuzioni che di solito avvenivano a Piazza del Popolo, nello slargo di via
dei Cerchi e a Piazza campo dè Fiori ( dove venne bruciato Giordano Bruno).
Le esecuzioni avvenivano in tre modi: per impiccagione, per taglio della testa ( con
la mannaia o scure) e con la mazza per frantumazione del capo.

Fu trovato un suo diario, reso poi in un memoriale : “Mastro Titta , il Boia di
Roma: memorie di un carnefice: scritti e appunti delle sue 516 esecuzioni che sono
stati pubblicati in chiave romanzata da un editore.

Alla fine della sua carriera, Mastro Titta ricevette dallo stato un vitalizio mensile di
30 scudi ( come i trenta denari di Giuda!) che ai tempi poteva era una egregia
pensione; questo anche perché egli fu considerato oltre che diligente, anche un
ottimo professionista nelle sue decapitazioni, squartamenti, impiccagioni svolte
anche in provincia, che non erano solo esecuzioni capitali: a quelle conosciute
vanno aggiunte anche le molteplici mutilazioni, di arti, occhi, nasi lingue, orecchie,
dei meno abbienti che non potevano pagare tasse, dazi, o che avevano compiuto
reati minori.

Per questo il detto ancora in uso “ chi se riccomanna è un boia” sta ad identificare
che se hai la raccomandazione per evitare la pena sei al pari del boia stesso.
Il famoso poeta romano Gioacchino Belli racconta nelle sue poesie le gesta di
questo losco personaqgio, descrivendo una usanza dei tempi nell’assistere al cupo
spettacolo e ripreso nella filmografia ( anche ne Il marchese del Grillo interpretato
da Alberto Sordi); i padri portavano ad assistere alle pene di morte i propri figli e
quando avveniva l’esecuzione davano uno schiaffone al ragazzo come monito per
ricordarsi cosa sarebbe accaduto se avessero intrapreso una strada illegale; qui
sotto i versi del Belli:

“r giorno che impiccòrno Gammardella,
Io m’ero propio allora accresimato.
Me pare mo, ch’er zàntolo a mmercato
Me pagò un zartapicchio e ’na sciammella.
Mi’ padre pijjò ppoi la carrettella,]
Ma pprima vòrze gode] l’impiccato:
E mme tieneva in arto inarberato,
Discenno: “Va] la forca cuant’è bbella!„
Tutt’a un tempo ] ar paziente mastro Titta
J’appoggiò un carcio in culo, e ttata a mmene
Un schiaffone a la guancia de mandritta.
“Pijja,„ me disse, “e aricordete bbene
Che sta fine medéma sce sta scritta
Pe’ mmill’antri che sso’ mmejjo de tene.”

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