La cremazione in India e negli altri paesi dell’est

La cremazione in India e negli altri paesi dell’est

Quando il sole sorge sulle rive del Gange a Varanasi, l’antica Benares, le pire funerarie ai ghat di Manikarnika sono già accese da ore. Il fumo si alza lento verso il cielo mentre le acque sacre del fiume scorrono silenziose, testimoni di un rito che si ripete da millenni. In questa città sacra dell’India, la morte non è una fine ma un passaggio, e la cremazione rappresenta la liberazione definitiva dal ciclo delle reincarnazioni.

Varanasi, dove morire è un privilegio

Per gli induisti, morire a Varanasi significa sfuggire al ciclo eterno di nascita e rinascita, il samsara, e raggiungere direttamente il moksha, la liberazione spirituale. Secondo la tradizione, il dio Shiva trascorse qui un periodo di intensa meditazione nel tentativo di liberare gli esseri viventi da questo ciclo, e Vishnu promise che ogni persona che avesse visitato la città sacra almeno una volta nella vita avrebbe ottenuto la salvezza.

Il Manikarnika Ghat, il principale luogo di cremazione, lavora ininterrottamente giorno e notte, sette giorni su sette, anche durante i monsoni e le festività. Qui vengono cremate circa duecentocinquanta-trecento persone ogni giorno. L’altro grande ghat dedicato alle cremazioni è l’Harishchandra, considerato quello “popolare”, destinato a tutte le caste e a chi non può permettersi i costi più elevati del Manikarnika.

Il rituale della cremazione induista

Il rito funerario induista segue una liturgia precisa che risale a tradizioni millenarie. Il corpo del defunto viene prima lavato in una miscela di latte, yogurt, ghee e miele, o semplicemente in acqua purificata, mentre vengono recitati mantra sacri. La salma viene poi avvolta in un sudario colorato: rosso per le donne, arancione o bianco per gli uomini, e immersa nelle acque sacre del Gange.

Il corpo viene quindi adagiato su una pira composta solitamente da trecento chili di legna. Gli uomini sono disposti con il viso rivolto verso l’alto, le donne verso il basso. Prima che il fuoco venga acceso, il figlio maggiore del defunto, con la testa rasata in segno di lutto e avvolto in un dhoti bianco, compie un giro rituale intorno alla pira portando una fiamma accesa. I Dom, una comunità di circa cinquecento individui appartenenti alla casta degli intoccabili, gestiscono ogni aspetto delle cremazioni nel ghat: si occupano di acquistare la legna, preparare le pire e assicurarsi che le cremazioni consumino interamente i cadaveri.

Per bruciare completamente un corpo di media grandezza occorrono circa duecentocinquanta chilogrammi di legna, con un costo che si aggira intorno alle mille rupie, circa quindici euro. Il tempo necessario per completare la cremazione è di circa tre ore. Tuttavia, non tutte le famiglie possono permettersi la quantità di legna necessaria, e alcuni lasciano corpi parzialmente combusti i cui resti finiscono nel fiume.

Non tutti nell’induismo necessitano di cremazione. Cinque categorie di persone fanno eccezione: i bambini sotto i dodici anni perché considerati innocenti, le donne incinte per lo stesso motivo, i sadhu perché privi di peccati, i morti per morso di cobra e i lebbrosi perché entrambi considerati manifestazioni di Shiva. A tutti loro viene legato un masso intorno al collo e vengono gettati nel Gange.

Il Giappone e la cremazione quasi universale

Se in India la cremazione è una pratica antica ma non universale, in Giappone è diventata praticamente obbligatoria. Circa il novantanove percento dei corpi vengono cremati in Giappone, percentuale che rappresenta il tasso più alto al mondo. La cremazione è diventata la pratica funeraria predominante a partire dal periodo Meiji tra il 1868 e il 1912, grazie a norme sanitarie e all’influenza del buddhismo, che considera la cremazione una via per liberare l’anima dal corpo. Questa scelta risponde anche alla limitata disponibilità di terreni per le sepolture in un paese densamente popolato come il Giappone.

I funerali giapponesi sono profondamente radicati in una fusione tra buddhismo e shintoismo. Il novantuno percento dei funerali viene celebrato secondo la tradizione buddista. Tradizionalmente il colore del lutto era il bianco, simbolo di purezza e distacco spirituale associato allo shintoismo, ma con l’influenza del buddhismo e dei costumi occidentali, il nero è diventato il colore predominante per abiti e accessori funebri.

La cerimonia funebre giapponese prevede diversi momenti rituali. Il corpo viene lavato e vestito con una tuta per gli uomini o un kimono per le donne. Vengono poi posti nella bara un kimono bianco tradizionale, una fascia con un triangolo al centro, sandali e soldi per pagare il pedaggio attraverso il fiume dei tre inferni, secondo la tradizione buddista. Durante la veglia funebre, chiamata Otsuya, familiari e amici possono visitare il defunto mentre i monaci recitano sutra.

Ma è dopo la cremazione che si verifica uno dei rituali più caratteristici della cultura funeraria giapponese. I familiari stretti assistono alla cerimonia di raccolta delle ceneri: usando le bacchette, raccolgono insieme le ossa del defunto partendo dai piedi e risalendo fino al cranio, per garantire che il defunto non sia capovolto nell’urna. Questo gesto simboleggia unione e rispetto, rafforzando il legame emotivo tra i propri cari, ed è per questo che nella cultura giapponese passare cibi direttamente con le bacchette da una persona all’altra è considerato un tabù, poiché ricorda il rituale funebre.

Dopo la cremazione, le famiglie conservano le ceneri a casa per quarantanove giorni prima di deporle in un cimitero. Il quarantanovesimo giorno, secondo la tradizione buddista, è quando i morti rinascono.

La Cina tra tradizione e modernità

In Cina, la storia della cremazione è strettamente legata alle trasformazioni politiche e sociali del paese. Tradizionalmente, a causa dell’influenza del confucianesimo e del concetto di pietà filiale verso i genitori, la sepoltura era la pratica più comune. Il regime comunista però ha sempre visto nel modello tradizionale dell’inumazione un inutile consumo di suolo e risorse.

La prima svolta avvenne nel 1949, quando un decreto governativo di Mao Zedong rese obbligatoria la cremazione nelle città. Durante la rivoluzione culturale, Mao ordinò di passare con l’aratro sopra le sepolture degli antenati, cercando di rovesciare la lunga tradizione religiosa e spirituale. Anche il successore Deng Xiaoping continuò nell’opera di estirpazione delle antiche tradizioni con un decreto del 1985 che estese l’obbligo della cremazione a tutto il territorio nazionale.

Le statistiche mostrano che alla fine del 2000 la percentuale di cinesi che aveva scelto la cremazione era del quarantasei percento, contro il quattordici virgola cinque percento del 1982. Più di cento milioni di vecchie tombe sparse nei campi sono state eliminate, con il risultato di recuperare sei virgola sette milioni di ettari di terra coltivabile. Tuttavia, molti cinesi rimangono reticenti alla dispersione delle ceneri, preferendo inumarle nei cimiteri pubblici per conformarsi ai precetti della geomanzia e del feng shui.

La Corea del Sud e l’evoluzione delle pratiche

La Corea del Sud rappresenta un interessante caso di transizione accelerata verso la cremazione. Come in Cina, a causa della presenza del confucianesimo, l’usanza principale era la sepoltura. Tuttavia, negli ultimi anni la popolarità della cremazione sta aumentando a causa del sempre minore spazio disponibile. Secondo ricerche recenti, la percentuale dei cremati raggiungerà quota novantadue percento entro il 2023.

I funerali coreani sono radicati nelle tradizioni confuciane cinesi che fungono da guida morale. I principi confuciani definiscono la persona come qualcosa che deve essere presente all’interno di una famiglia o di una comunità. Il confucianesimo non crede in maniera esplicita all’esistenza di una vita dopo la morte ma concentra parte del suo culto sugli antenati e sulla pietà filiale.

I riti funerari, chiamati Sangrye, comprendevano un severo sistema di abiti funebri da indossare in modo preciso, e bisognava restare accanto alla tomba dei propri genitori per tre anni. La sepoltura confuciana e la cremazione buddista hanno coesistito e continuano tuttora a convivere.

La Thailandia e la serenità buddista

In Thailandia, dove il novantacinque percento dei circa sessantanove milioni di abitanti segue il buddhismo Theravada, i funerali rappresentano un’esperienza profondamente spirituale ma anche sorprendentemente serena. Secondo la religione buddista, il comportamento dei vivi può influenzare favorevolmente il passaggio del defunto verso una nuova vita, e le preghiere e i doni possono giovare allo spirito fino al momento della cremazione, quando l’anima si distacca dal corpo.

La cremazione di solito si svolge tre giorni dopo la morte, ma può essere posticipata di una settimana per consentire ai parenti lontani di far visita al defunto. Non si svolge mai di venerdì, perché in thailandese la parola per “venerdì” è pronunciata come la parola per “felicità”.

Nei giorni che precedono la cremazione, i monaci si recano più volte al giorno a recitare le preghiere durante le quali tengono un nastro, il bhusa yhong, che li collega al corpo del defunto. Tra una preghiera e l’altra, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, si può conversare, giocare a carte, assaggiare i piatti preparati dalla famiglia e ascoltare musica. Questo fa parte della tradizione buddista: la famiglia e gli amici devono mantenere un atteggiamento positivo per non rattristare e intralciare il passaggio dell’anima.

Nel caso di famiglie benestanti, il corpo viene spesso conservato per un anno o più all’interno di un tempio per prolungare i benefici dei doni e delle preghiere a favore del defunto. Con la cremazione infatti lo spirito viene liberato e si separa dal corpo, non potendo più beneficiare delle azioni e preghiere di familiari e amici.

Uno sguardo d’insieme

Ciò che accomuna tutte queste tradizioni è una concezione della morte radicalmente diversa da quella occidentale. Che si tratti del moksha induista, della rinascita buddista o del culto degli antenati confuciano, l’Oriente vede nella morte non una conclusione definitiva ma una trasformazione. La cremazione diventa così non solo un metodo pratico di disposizione dei resti mortali, ma un atto sacro carico di significato spirituale.

I dati mostrano che il Giappone ha il tasso più alto di cremazione al mondo, seguito da Hong Kong, Thailandia e Taiwan che superano l’ottanta percento. Anche Corea del Sud supera il sessanta percento. Questa diffusione massiccia della pratica crematoria in Asia orientale risponde a una molteplicità di fattori: tradizioni religiose millenarie, necessità pratiche legate alla densità di popolazione, politiche governative e, nel caso di paesi come la Cina, precise scelte politiche di modernizzazione.

In India, la cremazione rimane profondamente radicata nella spiritualità induista, trasformando le rive del Gange in un luogo dove la morte e la vita si intrecciano quotidianamente in uno spettacolo che continua a impressionare e commuovere visitatori da ogni parte del mondo. Qui, come nei templi buddhisti del Giappone o della Thailandia, la cremazione non è semplicemente un rito funebre ma un passaggio essenziale nel percorso dell’anima verso la sua destinazione finale, qualunque essa sia secondo le diverse tradizioni.

Per noi occidentali, abituati a una concezione più lineare della vita e della morte, questi rituali offrono uno sguardo prezioso su modi alternativi di concepire e affrontare il mistero ultimo dell’esistenza umana. E forse, proprio in questa diversità di approcci, possiamo trovare nuovi spunti di riflessione sul significato che diamo alla morte e sul modo in cui scegliamo di onorare la memoria di chi ci ha lasciato.

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